Home Arte e Cultura Giuliano Gallo presenta la mostra fotografica “LE VITE DEGLI ULTIMI”

Giuliano Gallo presenta la mostra fotografica “LE VITE DEGLI ULTIMI”

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Giuliano Gallo foto Copyright Massimo Capodanno

Giuliano Gallo ha iniziato la sua professione a Roma nel 1970. Nella sua lunga carriera si è interessato di tanti temi, spesso delicati, come il terrorismo, a volte anche impegnato in missioni all’estero. La sua mostra fotografica aprirà alle 18,30 di domenica 1 marzo 2020 presso il caffè letterario di via Ostiense 95 a Roma.  Sono foto scattate durante i suoi viaggi  di lavoro come inviato speciale in sei diversi paesi. Foto che hanno una storia, come il loro autore, ancora utile per capire e comprendere come vanno le cose nel mondo. In certe parti del mondo, almeno. Sono cento foto, senza alcuna pretesa artistica ma con una loro forza espressiva. Vi aspetto tutti quanti, tanto il luogo è spazioso. E ci sarà da bere, naturalmente” mi commenta Giuliano.

Brevi cenni biografici:

Giuliano Gallo, proviene  da una famiglia istriana, ha 72 anni ed ha iniziato a fare il giornalista nei primi anni ’70. ” Prima a Panorama, dove sono rimasto fino al 1977, occupandomi di terrorismo ma anche di cultura. Poi al Giorno, dove sono diventato inviato speciale ed ho seguito tutti i fatti più importanti di quegli anni: dal sequestro Moro al terremoto in Irpinia, dalla prima Intifada in Israele alla vicenda P2, fino alla prima guerra nel Golfo. Nell’87 sono passato al Corriere della Sera, dove sono rimasto fino al primo marzo 2010. Ho continuato ad occuparmi di mafia e di crimini economici e politici, ma specializzandomi sempre più nei conflitti che hanno devastato il mondo a partire dalla metà degli anni ’90: i Balcani, il Kosovo, Ti- mor Est, Israele, Afghanistan, Iraq, Libano. In Afghanistan, Libano, Iraq e Israele ho vissuto a lungo, per mesi. Ho viaggiato molto anche in Africa e in Estremo Oriente: Thailandia, Sri Lanka, Cina, Australia, Co- rea del Sud e Corea del Nord, Darfur, Mozambico, Sierra Leone, Congo, Niger, Ciad, Sudafrica, Emi- rati Arabi, Giordania, Tunisia, Marocco. Sempre per occuparmi di emergenze umanitarie e guerre. Ho scritto due libri: un romanzo, “Aliseo”, che continua ad essere pubblicato a più di 30 anni dalla prima uscita, e la biografia di Agostino Straulino, “Il padrone del vento”, entrambi vincitori di premi letterari.

Il perché della mostra:

Ho speso quarant’anni a raccontare storie. Storie che parlavano dei mali del mondo, piccoli e grandi: guerre, cataclismi, carestie, violenze. Usavo le parole per coinvolgere, per commuovere o suscitare indignazione. Sorretto dalla convinzione che raccontare sarebbe servito forse a cambiare le cose, a far sì che qualcosa cambiasse. Quando smetterò di lavorare, mi dicevo, tornerò nei luoghi che ho raccontato, e scoprirò quanto sono cambiati. Ma non è andata così. Quei luoghi, quei paesi, quelle genti sono rimasti com’erano, anzi spesso sono peggiorati. Ed io ho dovuto fare i conti con un’amara realtà: avevo trascorso quarant’anni della mia vita a fare il notaio delle disgrazie, a raccontarle dal di dentro senza davvero riuscire a cambiare niente. A volte costava molto umanamente, rovistare fra le macerie. Tornavi a casa e per mesi quello che avevi visto ti perseguitava, si insinuava nei tuoi sogni. Rivedevi sguardi che ti avevano trafitto il cuore, mani che si erano inutilmente tese verso di te. Risentivi gli odori aspri della miseria e ti pesava il benessere nel quale la vita ti aveva collocato.

Da questi viaggi riportavo anche molte fotografie. Scattate quasi senza pensare, senza alcuna pretesa artistica né professionale: il mio mestiere era raccontare con le parole, non con le immagini. Una volta erano mestieri diversi: il giornalista scriveva, il fotografo fotografava. Quelle foto servivano solo a me, per rivedere volti e luoghi che mi avevano spezzato il cuore, o invece regalato rari momenti di gioia. Ma volevo che le vedesse anche mio figlio, perché sapesse quanto sbagliata può essere la vita. Ed è stato lui, ormai uomo, a chiedermi di mostrarle agli altri. Me lo chiedeva da anni, da quando era ragazzo. Adesso che il tempo ha fermato il mio viaggiare, rimangono solo queste foto da consegnare allo sguardo di chi vorrà guardarle.
Sono imperfette, a volte sfocate. Non c’è niente di artistico in loro. Ma sono vere. Parlano di mondi lontani, mostrano macerie e sorrisi, fame e tenace vitalità. Quello che ho visto. Insomma, anche loro raccontano, come facevano un tempo le mie parole.

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