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Una lettera d’amore del secolo scorso

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UNA TENERA STORIA D’AMORE D’INIZIO NOVECENTO

di Sigismondo Nastri

So bene che entrare nel privato, che più privato non si può, non è mai corretto. Peggio, se si va a violare quella sfera dei sentimenti che corrisponde al massimo della intimità di una persona. Ritengo però che il documento, del quale per caso sono venuto in possesso, sia rappresentativo di un’epoca, di un costume, di uno stile ormai lontanissimi dalla nostra società e dal nostro tempo, e meriti di essere conosciuto.

Mi riferisco alla lettera, datata 11 ottobre 1933, con la quale un giovane – colto, brillante, destinato a una carriera militare che lo condurrà al grado più alto della scala gerarchica (ammiraglio), come ho avuto modo di appurare – chiede la mano di una ragazza della quale s’è invaghito: una ragazza salernitana, bella, di sani principi morali, appartenente ad una stimata famiglia della buona borghesia. Peccato che la lettera, scritta con mano sicura e in una grafia curata fin nei dettagli, si sia col tempo sbiadita, tanto da renderne difficoltosa la lettura. Provo a trascriverla qui.

L’innamorato si rivolge alla madre della giovane e fa riferimento all’incontro – non so dire se voluto o causale – che ha avuto con lei il giorno precedente.

«Signora, Soltanto ieri sera ho avuto l’onore ed il piacere di conoscerLa, la fortuna di baciarLe la mano. La squisita gentilezza con la quale mi ha ricevuto m’ha fatto subito constatare che Lei è una perfetta nobildonna, anzi, una santa donna.

La gioia che ho provata conoscendoLa è stata, però, offuscata dalla umiliazione che ho subita considerando che la mia posizione era un po’ equivoca: la mia condotta d’amico era, infatti, troppo interessata e, forse, anche compromettente per la signorina **.

Ma la confessione che ora Le faccio Le permetterà di considerarmi diversamente.

“Io sono il fidanzato della Sua cara figlia, la signorina **.”

L’amore – sentimento santo e naturale delle anime giovani – mi dava il diritto di stare molto tempo con lei, di interessarmi di lei.

Non credo che si possa amare veramente una bella creatura senza volerle stare sempre vicino, senza considerare con vivo interesse tutto quello che si dice di lei, del suo modo di vivere, della sua vita.

Il valore spirituale della mia confessione e le informazioni che potrà avere, a mio riguardo, dalla Sua figliuola, Le daranno, certamente, un’idea limpida della serietà dei miei sentimenti e delle mie intenzioni.

E… basterebbe soltanto considerare che se non avessi amato seriamente la signorina **, il mio amore da ieri sera non avrebbe avuto più ragione d’esistere.

Spero che Lei vorrà benedirci ed aiutarci: io Le prometto che appena conseguirò la laurea dottorale farò fare da mio padre la domanda ufficiale del matrimonio al signor ***.

Spero che la sincerità, la mia posizione sociale di oggi e di domani, e, sopratutto, l’amore – profondo e sincero – siano titoli sufficienti per ottenere ciò che domando; comunque ho la soddisfazione d’aver compiuto il mio dovere verso Lei e verso la signorina **, e d’averLe dato la possibilità di considerarmi nella vera luce.

ChiedendoLe perdono per i dispiaceri che – involontariamente e necessariamente – ho dovuto causarLe, Le bacio la mano con profondo rispetto.»

Erano i tempi in cui l’innamoramento sfociava nel matrimonio (che, mi risulta, non ci fu) dopo l’indispensabile passaggio del fidanzamento ‘ufficiale’. In questo caso, l’autore della lettera ‘si dichiara’ – forse per giustificare il fatto che la mamma di lei li ha visti insieme e ha potuto intuire il sentimento che è alla base del loro rapporto -, ma rimanda la richiesta formale di matrimonio (che sarà avanzata dal proprio genitore al padre dell’amata, come si usava allora) a quando avrà conseguito la laurea, passaggio indispensabile per la progettazione di un futuro professionale e per metter su famiglia. E’ ipotizzabile che la lettera, recapitata a mano (sulla busta non c’è traccia di francobollo o timbro postale), sia stata accompagnata da un omaggio floreale. Anche questo, nel rispetto delle regole di “buona maniera” codificate nel galateo. Ma oggi chi se ne ricorda?

© SIGISMONDO NASTRI (da: mondosigi, 12.5.2012)

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