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Abbandonata al Covid viene salvata da un gruppo Facebook: la lettera di Nunzia Lieto

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Nunzia Lieto, una cordiale signora di Maiori, ha contattato la redazione di Positano Notizie raccontando la sua storia.

Nunzia ha contratto il Covid-19 insieme a parte della famiglia, ma è stata l’unica a presentare sintomi evidenti, che richiedevano il parere decisivo di un medico. Ora è guarita e sta bene, ma non ha trascorso con serenità il periodo di malattia, non solo per i sintomi, ma anche per l’abbandono in cui si è sentita piombare quando ha chiesto aiuto e non l’ha ricevuto.

Tanto che il conforto e l’aiuto pratico l’ha dovuto trovare nel gruppo Facebook #TERAPIADOMICILIARECOVID19 in ogni Regione, che attualmente conta quasi 400mila membri, che aumentano ogni giorno.

Trentanove giorni in tutto quelli che ha trascorso con il Covid-19, trentanove giorni in cui Nunzia ha potuto capire non solo in che stato sia la sanità italiana, ma anche chi veramente le è stato vicino e quanto i social network possano essere importanti se utilizzati bene.

 

Vi riproponiamo la sua lettera aperta, perché è una testimonianza significativa di quello che vuol dire contrarre il Covid-19 e averne i sintomi, ma anche un messaggio di forza e coraggio indirizzato a chi attualmente ne è affetto.

 

Sul finire di febbraio mio figlio risulta positivo al Covid-19. Fin da subito, cercando di ignorare l’ansia che si impadroniva sempre più di noi, ci siamo impegnati a rispettare i protocolli previsti per la quarantena domiciliare, restando isolati ciascuno in una stanza diversa, disinfettando le superfici di frequente e indossando la mascherina anche in casa. Ma non è stato sufficiente.

Il 2 marzo incomincio a sentirmi male: ho la febbre e inizio ad accusare affaticamento nel respirare, così telefono il medico curante per capire il da farsi e lui mi prescrive una tachipirina e mi dice: «Stia in vigile attesa».

Di notte, però, mi sento male: mi mancano le forze e non riesco bene a respirare. Chiamo il 118. La risposta che il sanitario di turno mi dà non fa altro che gettarmi nello sconforto: «Signora, se volete morire la portiamo in ospedale». Decido di rimanere a casa, ma non chiudo occhio.

Nel frattempo passano i giorni e il medico di base continua a non rispondere alle mie telefonate. Così il 5 marzo chiamo l’Usca chiedendo un tampone domiciliare, ma ricevo soltanto l’ennesima batosta: «A noi non risulta segnalata. Se il medico non si mette in contatto con noi non possiamo fare niente».

Così, il giorno successivo decido di andare al Porto turistico di persona: ricordo ancora la sensazione di difficoltà che ho incontrato nella semplice attività di scendere le scale di casa perché non riuscivo a respirare e faticavo a reggermi in piedi. Ma non mi arrendo: arrivo all’Usca e mi sottopongono a tampone. Chiedo di essere visitata ma rifiutano: non spettava a loro. Alle 19 arriva l’esito del test: positivo.

Non mi stupisco nemmeno: le mie condizioni di salute peggioravano ed ero ben conscia di avere il Covid. Purtroppo nemmeno dopo l’ufficialità le cose sono migliorate. Innanzitutto, chiamo il medico per avvisarlo dell’esito e lui non mi risponde. Lo fa solo il lunedì successivo, dopo due giorni dall’accertata positività, e mi cambia la terapia. In serata, però, mi sento davvero male: chiamo la guardia medica, ma ancora una volta mi negano una visita non essendo competenza loro visitare un malato Covid.

Ero nello sconforto più totale: la terapia non dava miglioramenti e il 118 mi aveva consigliato di rimanere a casa perché in ospedale sarei stata abbandonata a me stessa. Però nessuno veniva a visitarmi. Un incubo.

Nel frattempo, mio marito Nicola fa il tampone a domicilio: il medico Usca mi “visita” e sospetta che io abbia la polmonite bilaterale. A darmi la conferma, tre settimane dopo, sarà poi un altro medico, uno pneumologo di Agerola, che pur essendo positiva al Covid-19 accetta di visitarmi di persona. Non riuscendo a respirare, pretendo che il medico curante mi prescriva una bombola d’ossigeno. E per fortuna me la fa recapitare.

Qui entra in campo il gruppo Facebook: in questo angolo ho trovato medici disposti a dare consulenze e cure a distanza, video tutorial in cui si spiega come farsi le siringhe di eparina da soli, come misurare la saturazione, quali alimenti prediligere per aiutare il corpo a reagire.

Nel frattempo arriva l’esito positivo di Nicola. Ancora altra ansia.

Alle 17,30 una dottoressa del gruppo Facebook, Chiara Schiaffini, mi contatta: era martedì 9 marzo, erano passati già tre giorni dall’ufficialità del mio contagio e sette dalla comparsa dei primi sintomi.

fonte: Positano Notizie

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