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Il prete ed il testimone di Geova

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Un articolo interessante basato su un incontro realmente accaduto (a Maiori in Costiera Amalfitana) e raccontato, quasi in forma di romanzo, nel 2007

da Sigismondo Nastri (www.mondosigi.com):


Una premessa doverosa. Sono cattolico, cerco di vivere, per quel che mi riesce, in grazia di Dio e in comunione con la Chiesa. Guardo con rispetto ai Testimoni di Geova. Ritengo che abbiano il diritto di professare, in piena libertà, la loro fede. Certo, non mi piace che vengano a bussare alla porta di casa. Li licenzio subito, ma con garbo. Quando mi hanno invitato – come giornalista – nella “sala del Regno”, dove si riuniscono (è nei pressi della mia abitazione), per farmi assistere alla celebrazione del primo matrimonio da parte di un ministro di culto della loro Congregazione, dopo l’intesa sottoscritta con lo Stato, ci sono andato. Ho descritto poi l’evento in un articolo.

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Pasquale è un Testimone di Geova, tra i più attivi nella comunità locale. Un giorno, entrando in una merceria, viene a trovarsi faccia a faccia con don Giovanni, un sacerdote di mezza età, colto e arguto. Complice il negoziante, Nino, che ci prova gusto a stuzzicare l’uno e l’altro, inizia tra loro una vivace discussione sulla Bibbia e sulla sua interpretazione. E’ risaputo che la versione approvata dalla Chiesa cattolica e quella dei Testimoni di Geova, in particolare per ciò che riguarda il Nuovo Testamento, non corrispondono, anzi divergono nettissimamente, soprattutto nei passi che trattano argomenti trinitari o relativi alla divinità di Cristo. Dopo alcune schermaglie, Pasquale sposta il discorso sulla fine del mondo, cioè – sottolinea – “la fine dell’attuale sistema di cose”. E’ l’argomento sul quale si sente più preparato. Preciso a questo punto che i Testimoni di Geova l’avevano già annunciata per il 1914 (e gli è andata male, anzi è andata bene a noi) e, in tempi più recenti, per il 1925 e il 1975 (stesso risultato, per fortuna). Pasquale si dilunga nella descrizione di quella che noi cattolici, nelle preghiere, definiamo “la vita che verrà” e sostiene con forza la sua tesi. La resurrezione – spiega – è di due tipi: l’assunzione in cielo come co-regnanti di Gesù Cristo per i 144.000 che compongono il “piccolo gregge” (sono gli unici destinati alla ricompensa celeste) e il risveglio dalla morte alla vita sulla terra restaurata per tutta una folla di Testimoni. A questi toccherà il compito di abbellire e ripopolare il pianeta, dopo l’ “intervento di Geova contro il mondo malvagio”, che non ne causerà la distruzione, ma determinerà soltanto “la fine di un sistema di vita basato sull’egoismo, sulla malvagità e l’avvento del regno di Cristo, riportando la situazione a quella che era anteriormente alla prima disubbidienza”. Gli esseri umani, risvegliati dalla morte – assicura Pasquale, citando ancora a memoria -, “costruiranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non costruiranno più perché un altro vi abiti, non pianteranno più perché un altro mangi, godranno a lungo dell’opera delle loro mani”. A ciascuno, aggiunge – ad eccezione, ovviamente, dei 144.000 privilegiati -, sarà assegnato in premio un orto al quale potrà dedicarsi. Don Giovanni ascolta con attenzione, evita di fare obiezioni. Però quest’ultima frase non riesce a mandarla giù. “Ma come? – ribatte -. Io vengo da una famiglia di contadini, ho affrontato tanti sacrifici per potere studiare e mi sono fatto prete proprio per non andare a zappare la terra! Secondo quello che dici tu, dovrei farlo dopo la morte? E lo chiami pure premio? Ma fammi il piacere…”. 

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